
“E ‘un grande puzzle”, ha detto Kevin Stevenson, uno studente laureando in scienze planetarie presso la University of Central Florida (UCF) di Orlando, autore principale di uno studio che sarà pubblicato domani (22 aprile 2010) sulla rivista Nature.
Un pianeta extrasolare delle dimensioni di Nettuno, che orbita attorno ad una piccola stella lontana circa 33 anni luce da noi, potrebbe divenire una pietra miliare nella ricerca di un gemello della Terra.
Questa scoperta è l’ultimo traguardo ottenuto nell’ambito della ricerca di pianeti simili alla Terra che potrebbero ospitare segni di vita e che i ricercatori si aspettano discoprire nei prossimi anni.
“GJ 436b è il più piccolo pianeta extrasolare di cui siamo stati in grado di misurare la luce diretta,” ha detto Kevin Stevenson.
I risultati sono sorprendenti. Pianeti come Nettuno con temperature tipiche di 800 Kelvin (poco più di 500 °C) dovrebbero contenere alti livelli di metano e pochissimo monossido di carbonio, secondo la chimica standard.
Invece, i ricercatori hanno trovato quantità di metano 7.000 volte inferiori al previsto e grandi abbondanze di monossido di carbonio, il che suggerisce che gli scienziati dovranno essere più flessibili nelle loro teorie circa le atmosfere dei pianeti di simile natura.
“Questa è una scoperta davvero inaspettata”, ha detto il professor Joseph Harrington. “E’ come immergere il pane nelle uova sbattute, friggere il tutto e ottenere farina d’avena.” Stevenson e Harrington hanno lavorato a fianco dei colleghi di UCF, di quelli del Massachusetts Institute of Technology, della Columbia University e della NASA.
Utilizzando lo Spitzer Space Telescope della NASA, il team ha misurato l’oscuramento della luce nei momenti in cui GJ 436b è passato dietro alla sua stella e quando successivamente ne è riemerso. La differenza tra i due livelli di luce, misurata per sei volte a differenti lunghezze d’onda infrarosse, cossisponde alla sola luce emessa dal pianeta stesso.
I risultati sono stati utilizzati per capire quali molecole compongono l’atmosfera del pianeta. Per fare questo la professoressa Sara Seager e il ricercatore Nikku Madhusudhan, del Planetary Sciences del MIT, hanno simulato milioni di miscele chimiche nelle condizioni tipiche attese per GJ 436b. In tal modo è stato possibile identificare le miscele che meglio si accordassero ai dati UCF.
Il risultato inaspettato mette GJ 436b in buona compagnia. “Se si stesse guardando la Terra da lontano, si sarebbe sorpresi di vedere l’ossigeno nella sua atmosfera”, ha detto Harrington. “L’ossigeno reagisce con i materiali della superficie e con altri gas, cosicchè c’è bisogno di qualcosa lo produca continuamente.”
Quel qualcosa è la vita vegetale abbondante sulla Terra. L’ossigeno è, dunque, una “biosignature“, o un indicatore di vita, dice Harrington.
Utilizzando tecniche simili a quelle dello studio UCF, gli astronomi cercheranno ossigeno e biosignatures in altri mondi abitabili che ben presto si aspettano di scoprire.
“Cercheremo di oltrepassare la frontiera, e questo è solo un altro passo in questa direzione”, ha detto Stevenson.





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