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Variazioni climatiche e barriere coralline: come i coralli hanno imparato ad adattarsi

Stephen Palumbi team ha scoperto che alcune specie di corallo sono in grado di adattarsi meglio a temperature più elevate rispetto ad altre. (Credit: Courtesy of Stephen Palumbi)

Spostati, adattati… oppure muori.

 

Queste sono le possibilità che hanno le piante  gli animali marinidi fronte ai cambiamenti climatici, ha affermato Steve Palumbi, biologo di Stanford, che ha studiato come aiutare gli esseri acquatici a esplorare le prime due possibilità ed evitare la terza. Alla fine ha ottenuto alcune sorprendenti risposte!

 

Il prof. Palumbi, direttore di Stanford’s Hopkins Marine Station e ricercatore presso l’Istituto per l’Ambiente di Woods,   ha discusso i risultati della sua ricerca in due talk, al meeting annuale dell’American Association for the Advancement of Science (Associazione Americana per il progresso della Scienza), a San Diego.
Nel secondo talk, in particolar modo, ha discusso sulla scoperta di come le specie marine stiano in qualche modo  reagendo ai cambiamenti climatici. La sua discussione si è focalizzata in particolar modo focalizzando su alcune specie coralline del Pacifico, che hanno una bassa capacità di spostarsi ma una sorprendente abilità nel far fronte alle alte temperature.

Se non puoi muoverti allora è meglio adattarsi
Molte specie, come quelle lungo la costa ovest della California, possono semplicemente migrare verso nord, verso acque più fredde. Ma altri animali, come i coralli che il team di Palumbi ha studiato alle isole Fiji e presso le Samoa americane, non possono spostarsi in tempo.
“Ogni popolazione di coralli è intrappolata nella sua isola, e le variazioni climatiche globali cambiano intorno ad esse. Devono, dunque, passare alla seconda fase, che è quella di adeguarsi,” ha affermato Palumbi.
Gli scienziati hanno previsto che le barriere coralline, saranno a rischio di estinzione a causa dell’alta temperatura degli oceani. Il prof Palumbi ha, invece, scoperto una specie di corallo in grado di adattarsi riuscendo ad ottenere chance migliori nella lotta alla sopravvivenza.
Il team ha studiato i coralli in crescita  nelle lagune poco profonde dove durante il periodo estivo e la bassa marea fa un caldo intenso. Si sapeva già della resistenza di questi coralli ad un riscaldamento di breve durata, ma gli scienziati sono rimasti sorpresi nello scoprire come essi siano sopravvissuti a 5-6 giorni di temperature elevate.
“quando abbiamo testato questi coralli alle alte temperature per lunghi periodi di tempo, essi hanno mostrato di avere maggiori capacità di ripresa,” ha affermato Palumbi. Quanto tempo durerà questa resistenza e se tutti i coralli possono fare questo restano ancora domande irrisolte.

E’ importante l’estensione delle riserve marine?
La maggiore risposta ai cambiamenti climatici è quella di proteggere i reef da uleriori cause di stress, come ad esempio il fattore mano e la pesca indiscriminata. Come risultato, un grande numero di aree marine protette è stata già implementata nel Pacifico. Alcune hanno le dimensioni di un campo di calcio, altre invece sono grandi quanto la California. Ma la domanda resta: aree più vaste è meglio?
Per determinare quale differenza potrebbero  fare le dimensioni delle aree protette  Palumbi ha analizzato i dati da un insieme di piccole riserve presso le isole Fiji, dalle isole Phoenix e dalla riserva   Papahanaumokuakea nelle Hawai, le più grande riserve marine del mondo.

Il Papahanaumokuakea Marine National Monument copre 360 mila chilometri quadratia nord-ovest delle Hawaii ed è una “riserva” definita dagli americani no-take, ovvero che che nulla può essere allontanato da essa, compresi i pesci.

La Phoenix Islands Protected Area, che si trova nell’Oceano Pacifico centrale tra le Hawaii e Fiji, è di oltre 408 mila chilometri quadrati. In questa riserva ci sono sette zone no-take, ciascuna di circa 39 km di estensione.
Tuttavia, in zone densamente popolate, le riserve più piccole  sono più comuni. Fiji dispone di 246 aree protette, ognuna avente una media di circa 2-3 chilometri quadrati.
“Piccoli gruppi di aree marine protette sono molto più convenienti: Le persone possono pescare fra esse o andare in giro facilmente. Specie trovate all’interno delle aree marine protette possono facilmente uscire fuori nelle  aree circostanti, aumentando potenzialmente la produttività della pesca,” ha dichiarato ancora Palumbi.
Tuttavia, ampi tratti di oceano protetto permette alle specie di diffondersi più facilmente rispetto alle piccole aree, nelle quali rischiano di essere catturate dai pescatori che operano tra le riserve. Pertanto,le riserve più piccole devono essere in qualche modo ottimizzate di  piante e  animali che si devono proteggere perché ogni specie si diffonde a ritmi diversi.
“Le specie marine hanno  differenti capacità di dispersione, quindi è molto difficile ottenere un network di zone protette che funzioni altrettanto bene per tutti i tipi di animali e piante. Si deve, dunque,  adattare la rete di riserve alle varie specie”.
Anche se le piccole riserve possono soddisfare le esigenze di un numero ristretto di specie,  rispetto alle grandi riserve, organizzare enormi aree di oceano non è così semplice. Gli scienziati ed i responsabili politici devono prendere in considerazione i residenti locali che dipendono dalla pesca per il loro benessere.
“Con un elevato numero di  popolazione umana, i problemi politici, sociali ed economici di una grande area marina protetta sono di primaria importanza e si deve adottare un’altra strategia. Ma è una strategia con limitazioni, perché è difficile progettare uno spazio perfetto per tutte le specie che hanno bisogno di protezione”. La riserva più efficace è quella che bilancia la conservazione delle specie con i bisogni umani. Trovare questo equilibrio è la sfida.

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